giovedì 7 luglio 2016

Anthony Mann 6 - Terra lontana

1955 TERRA LONTANA (The Far Country) di Anthony Mann. Con James Stewart, Ruth Roman, Corinne Calvet, Walter Brennan, John McIntire.


 «Quasi mezzo secolo dopo aver diretto il suo primo B-movie a Hollywood - "Dr. Broadway", del 1942 - e ventitré anni dopo la sua morte prematura sul set europeo di Sull'orlo della paura, Anthony Mann (1906-1967) rimane il piú trascurato tra i principali registi americani del sonoro.» (Richard T. Jameson)

Il vantaggio di essere trascurati

Nell'àmbito della filologia e della critica del testo antico si suole attribuire particolare importanza ai manoscritti conservati in centri periferici, isolati. Questo poiché, proprio in quanto dimenticate o trascurate, quelle versioni dei testi risultano spesso scevre da modifiche, interpolazioni, correzioni arbitrarie. Sono insomma caratterizzate da una purezza superiore, da una pulizia primordiale che le differisce profondamente dai corrispettivi "cittadini", molto consultati e conseguentemente molto soggetti ad interventi postumi.

Forse, tramite un parallelismo sin troppo audace, si potrebbe applicare questa stessa considerazione al cinema di Anthony Mann. Un cinema vittima di una strana contraddizione: da un lato ormai unanimemente considerato "classico", dall'altro a tutt'oggi - se si escludono poche ma considerevolissime eccezioni - poco approfondito, quasi negletto dalla nuova generazione di critici. Un destino che non rende il giusto tributo ad un autore immenso e straordinariamente influente, ma che al contempo permette a quello stesso autore di stazionare in una dimensione primigenia ed inviolata. La stessa di quei vecchi e scordati codici. Perché vedere un film di Mann significa recuperare l'innocenza del cinema puro. Significa fare i conti, prendendo in prestito le parole del grande André Bazin, con una «franchezza commovente».


Borden Chase, il moralista ambiguo

 «Sono veramente un illetterato.» (Anthony Mann)

Terra lontana è il sesto western di Anthony Mann. Il quarto con protagonista James Stewart. Il terzo ed ultimo scritto da Borden Chase. Chase è il piú grande sceneggiatore del western americano e, assieme all'altrettanto talentuoso Philip Yordan, il preferito di Mann. I suoi script, sintesi di accurato realismo ed eterogenee influenze culturali, forniscono ai western di Mann la dimensione mitica e quella allegorica. Il continuo ricorso alla simbologia cristiana, gli insistiti rimandi alla tragedia greca e, conseguentemente, alla sua reinterpretazione in chiave psicanalitica trasformano le sue storie di Frontiera in specie di moniti ancestrali, di drammi esemplari e senza tempo. Contemporaneamente, grazie al suo amore per l'ignoto e per l'avventura pura - spesso nei suoi copioni sono centrali le tematiche del viaggio pericoloso e della "conquista" di territori selvaggi ed inesplorati - consente a Mann di esprimere pienamente il suo talento per l'azione e il suo squisito gusto paesaggistico.

Chase è anche e soprattutto un grande scrittore moralista. Sovente nelle sue trame la cupidigia è il motore che innesca i conflitti fra i personaggi: l'oro trasforma uomini onesti in individui violenti e senza scrupoli, tramuta città pacifiche in covi di immoralità e perdizione ("Là dove scende il fiume", "Terra lontana"); il relativismo è ripetutamente condannato in nome di una ribadita "necessità dell'ideale" (lo stesso "Terra lontana", ma anche "Vera Cruz" di Aldrich). Eppure, a margine di cotanto afflato etico - peraltro pienamente condiviso dallo stesso Mann -, emerge costantantemente un'ambiguità di fondo, un pessimismo sotterraneo. Gli eroi che portano alla conquista della stabilità comunitaria e al ripristinarsi della dirittura morale sono quasi sempre uomini che a quella stabilità sono completamente estranei, e da quella dirittura morale li distingue un passato tremendo e un presente «affilato sino all'estrema punta di sé stesso» (P. Demonsablon).

Lo stesso modo in cui Chase reinterpreta gli exempla biblico-tragici è significativo di questo atteggiamento: in "Winchester '73" (1950), primo grande risultato della coppia Mann-Stewart, il conflitto tra fratelli - ovviamente memore del mito veterotestamentario di Caino e Abele - viene risolto con un capovolgimento che vede il "buono" prendere dolorosa coscienza della necessità di eliminare il "cattivo". In "Terra lontana", d'altra parte, l'accettazione da parte del protagonista del precetto evangelico "ama il tuo prossimo come te stesso" avviene non per una precisa volontà personale, piuttosto per un succedersi di eventi che, ponendolo di fronte al pericolo di una solitudine spaventosa, lo costringono a fare quella scelta. Valutare l'apporto di questo strano, ambiguo moralista è indispensabile per capire il cinema di Mann.


La campan(ell)a ha suonato

"Terra lontana" è il risultato piú alto del sodalizio Mann-Chase, nonché la summa delle tematiche cardine del loro cinema. Fondamentalmente, è la storia della nascita di una comunità e di una presa di coscienza sociale.

Ambientato simbolicamente - come bene nota Matteo Pollone nell'ottimo Il western di Anthony Mann - The Man in the Wild, the Wild in the Man, la prima monografia in tema pubblicata in Italia - presso due confini, uno territoriale - l'Alaska e il Canada, propaggini ultime della Frontiera - e uno temporale - il film è ambientato nel 1896, dunque in un'epoca considerata tradizionalmente estranea alla narrazione western classica -, mette al centro un eroe cinico ed individualista fino all'autodistruzione che a quel mito di fondazione partecipa quasi involontariamente, diremmo fatalmente.

Jeff Webster, dei protagonisti del cinema di Mann e Chase, è il piú enigmatico e tragico. Il suo egoismo ottuso non deriva da esperienze precedenti, da torti subìti in passato: pare innato. Proprio per questo la decisione finale di dare il proprio contributo al bene comune sembra ben piú una resa che una conquista: Jeff, uomo in via d'estinzione, deve adattarsi al nuovo mondo se vuole sopravvivere. E, paradossalmente, quell'adattamento passa attraverso la perdita della sua perfetta controparte femminile - la coraggiosa, intraprendente Ronda Castle di Ruth Roman - e l'eliminazione fisica dell'uomo che piú sentiva vicino al suo modo d'essere, l'atipico antagonista di John McIntire. Se Gannon è un morto, Webster è insomma poco piú che un sopravvissuto.  Il germe del western crepuscolare comincia qui a corrodere dall'interno il tessuto della classicità.

Tormentato, come spessissimo accade in Mann, dalla condizione perenne del viaggio, dall'incapacità di concepire una dimensione stanziale, l'eroe di Stewart trascina con sé il simbolo della propria dissolvenza: quella campanella apposta sulla sella che, gli ricorda piú volte il pard Ben Tatum - vera e propria coscienza costruttiva del protagonista -, un giorno dovrà apporre all'uscio della propria casa, segno di una temuta e al contempo agognata pace.


L'incombere delle cose sugli uomini

«Anthony Mann mi piace: le sue inquadrature sono firmate.» (Vincente Minnelli)

Nel caso di Anthony Mann contenuto e forma sono piú che mai inscindibili. Il bisogno violento di movimento dei protagonisti di "Terra lontana" trova il suo corrispettivo nell'ampiezza delle panoramiche, nella fluidità delle carrellate, nella concezione attiva della cinepresa, che sembra anch'essa nervosamente vivere, «vivere di vita propria» (M. Pollone), in aperto contrasto con la grammatica classica che prevede la subordinazione dei movimenti di macchina a quelli dei personaggi. Allo stesso modo la claustrofobia, la difficoltà degli eroi manniani a stare fra quattro mura è straordinariamente resa attraverso riprese in interni «leggermente inclinate, che accentuano l'incombere delle cose sugli uomini» (P. Mereghetti).

Il largo uso di primi piani, contrariamente a quanto si potrebbe pensare per nulla comuni nel cinema di genere dell'epoca, accentua invece la dimensione psicologica della vicenda: il volto di James Stewart, rigato da un'angoscia «assai mal nascosta dalle lunghe braccia penzoloni e dalla testa un po' reclinata» (Lourcelles), i suoi moti di odio e di gentilezza, sono ripresi con piglio naturalistico. La simbiosi dei personaggi con la natura è infine ribadita da immagini altamente simboliche: al momento del primo scontro armato fra Jeff e Gannon presso il confine, vediamo per un attimo la figura intera di Stewart a cavallo posta in controluce su un ammasso di vegetazione del quale il nostro sembra quasi un prolungamento. Prima dello scontro finale, allo stesso modo, un piano americano dal basso di Jeff stagliato contro il cielo rischiarato dalla luna piena segna il momento della presa di coscienza, la comprensione - pure, come abbiamo detto, mai del tutto limpida - del proprio ruolo nel mondo.


Il dramma del visibile e dell'invisibile


«Il western [...] è un dramma del visibile e dell'invisibile, tanto quanto un'epopea d'azione: l'eroe agisce solo perché vede per primo, e trionfa solo perché impone all'azione l'intervallo o quel secondo di ritardo che gli permettono di vedere tutto.» (Gilles Deleuze)

Applicando l'osservazione di Deleuze a "Terra lontana", si potrebbe dire che se Jeff Webster effettivamente  «vede per primo», di certo fatica ad imparare da ciò che vede. Il fatto di prevedere la valanga durante il tragitto per Dawson non lo spinge ad aiutare coloro che, al puntale verificarsi di quanto predetto, da quella stessa valanga vengono travolti. Soltanto l'intervento dell'amico Ben lo convince a ritornare sui suoi passi. Alla stessa maniera, pur abile con la pistola, non riesce ad evitare di essere ripetutamente ferito; il duello finale, lungi dall'essere pulito e alla luce del sole, si svolge di notte e trova il suo epilogo nella posizione più inusuale per i protagonisti di un western classico: Gannon viene colpito a morte mentre striscia a terra, sotto gli assi che fungono da passerella di fronte all'entrata del saloon. L'intervallo che Webster impone all'azione, ancora parafrasando le parole di Deleuze, è sempre ritardato poiché l'indecisione, la lacerazione interna al suo animo - quell'essere, in tutti i sensi, un "uomo sul confine" - non gli consentono mai una lucidità piena, immacolata.

Il western di Mann è questo dramma della scelta, questo stare in bilico, questo riuscire ad essere eroi nonostante sé stessi, nonostante tutto, nonostante troppo.

«Tra ordine e disordine, tra voglia di pacificazione e aspirazione alla marginalità, tra individualismo e valori della comunità, si dipana di film in film l'itinerario schizofrenico di un personaggio che incarna in modo meraviglioso il senso di precarietà e di sacrificio veicolati dall'inevitabile movimento verso l'Ovest, la colonizzazione dei territori vergini, la fine della Frontiera.» (Alberto Morsiani)  


  Paolo A. d'Andrea
(recensione precedentemente pubblicata su Ondacinema)

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Puntate precedenti:

Le Furie (1950)

Prossimo appuntamento: L'uomo di Laramie (1955).

venerdì 25 marzo 2016

The Hateful Eight


2015 THE HATEFUL EIGHT
di Quentin Tarantino, con Samuel L. Jackson, Kurt Russell, Jennifer Jason Leigh, Walton Goggins, Demián Bichir, Tim Roth, Michael Madsen e Bruce Dern

Ogni nuovo film di Quentin Tarantino è sempre un evento. E da quando il cineasta americano ha deciso di dedicarsi al nostro genere preferito, coltivando l’ambizione di essere ricordato come un regista western e di vedere i suoi film «in uno scaffale insieme a quelli di Peckinpah, Leone, Corbucci e Boetticher», per noi appassionati l’evento diventa ancora più grande. Tanto più che nello sconsolante panorama cinematografico odierno, caratterizzato da prodotti puerili e para-adolescenziali studiati a tavolino e costruiti in serie dai manager delle grandi case di produzione per venire indirizzati a spettatori sempre più passivi e anestetizzati, il fatto di riuscire ancora a lavorare con budget da decine di milioni di dollari e allo stesso tempo a girare unicamente i progetti che “sente” e desidera, seguendo caparbiamente le sue ossessioni e la sua visione e mantenendo il controllo totale sul final cut e su tutte le fasi della lavorazione (distribuzione compresa), è più unico che raro e, oltre a rendercelo ancora più prezioso (e simpatico), ce lo fa avvicinare a grandi registi-demiurghi come Stanley Kubrick e Sergio Leone, ai quali nemmeno troppo velatamente Tarantino sembra ora volersi ispirare.

A indicare la grandeur di Tarantino basterebbe la scelta del tutto anacronistica, oltre che molto costosa, di girare questo suo ultimo film non solo su pellicola, in piena era digitale ormai completamente abbandonata, ma anche in 70 millimetri e addirittura in un formato panoramico non più usato da 50 anni (l’Ultra Panavision 70) e alla decisione di affiancare alla normale distribuzione una pre-release analogica replicante fedelmente le modalità di proiezione dei kolossal degli anni ’50 e ’60 che prevedevano un’ouverture musicale e un intervallo di 15 minuti (la versione del film distribuita, purtroppo in poche sale, in questo formato raggiunge la durata-monstre – anche per Tarantino – di ben 187 minuti). La cosa non ci sembra un semplice vezzo cinefilo ma anzi perfettamente esemplificativa del modo di Tarantino di intendere la settima arte, la maniera migliore per affermare perentoriamente a tutti che lui sta facendo (grande) cinema.


Il regista pulp e citazionistico delle prime opere ha infatti ormai lasciato posto a un Autore a tutto tondo, padrone di una cifra stilista inconfondibile e personale e il giochino di trovare i riferimenti più o meno nascosti nelle sue pellicole lascia sempre più il tempo che trova. L’impressione, insomma, è che Tarantino, pur tenendo sempre ben presente la lezione dei grandi maestri che lo hanno preceduto, abbia ormai pagato i suoi debiti di ispirazione e sciolto i legami col passato intraprendendo una nuova strada del tutto autonoma, unica e innovativa.

Il riferimento cinematografico più immediatamente contiguo per The Hateful Eight è infatti un altro film tarantiniano, Le iene, di cui ripropone la struttura narrativa e le caratteristiche di messa in scena, di impianto molto teatrale, con le medesime unità di tempo, luogo e azione e un gruppo di motherfuckers chiusi forzatamente in una stanza a scannarsi tra di loro. Tarantino stesso poi indicherebbe anche una derivazione dalle serie televisive western degli anni sessanta (da cui dipende certamente anche la scelta di chiamare il personaggio interpretato da Samuel L. Jackson con il nome del produttore di Bonanza e Rawhide Charles Marquis Warren) in cui in un episodio a stagione capitava che i personaggi principali venissero presi in ostaggio da un gruppo di fuorilegge con un passato oscuro da rivelare e il pubblico doveva scoprire chi fossero buoni e chi i cattivi. L’idea iniziale di Tarantino era appunto quella di fare un film unicamente su queste tipologie di caratteri, dando loro delle armi e rinchiudendoli in una stanza a discutere delle loro storie, senza però un personaggio positivo a fare da punto di riferimento morale.


Beffardo fin dal titolo – ché gli “odiosi” protagonisti del film non sono solo gli otto che compaiono nella locandina e, a ben guardare, questo non è nemmeno l’ottavo film di Tarantino (difficile infatti non considerare Kill Bill come un’unica pellicola ) – The Hateful Eight non è, come del resto era facile aspettarsi, un film western nell’accezione canonica che si da al termine, ma molto d’altro e molto di più.
Diviso simmetricamente in due parti uguali e contrapposte – la prima eminentemente di attesa poggiata solo sui dialoghi fluviali tra i personaggi e la seconda con l’incandescente deflagrazione dei conflitti tra gli stessi tra picchi di sadismo e fiumi di sangue - The Hateful Eight è un filmone enorme, ingombrante, esaltante e repellente. Da digerire, rivedere, rimuginare.

Un western misantropo da teatro delle crudeltà, ma anche un giallo che non rispetta nessuna regola del giallo, e un dramma da camera che si trasforma in un horror senza il sollievo del soprannaturale. Lentissimo, parlatissimo, nerissimo, grottesco: com’era facile aspettarsi dalle premesse è il film di Tarantino più anti-commerciale e ostico. Tarantino non cerca mai il coinvolgimento dello spettatore. L'ironia è biliosa, non c’è nessuna gag di alleggerimento, nessun dialogo mirabolante, nessun twist che lascia a bocca aperta. L'unica sequenza vagamente cool e killbilliana, col giochino temporale che ci si può aspettare dall'autore, è il capitolo "I quattro passeggeri", che però è un lento e sadico gioco ai danni dello stomaco degli spettatori - che ormai già hanno capito cosa è accaduto e quindi sta per accadere. Un gioco che nessuno vuole davvero veder portare avanti.

Il consueto apparato citazionista tarantiniano è ridotto ai minimi termini, con riferinenti presi alla lontana, smontati, masticati e assimilati nella storia in modo fluido e poco eclatante. Un processo opposto rispetto al caleidoscopico affastellarsi di schegge dell'immaginario (più o meno) collettivo di Django Unchained.
Significativo, ad esempio, come rimangano sotterranei i molteplici e fecondi riferimenti a "La cosa" di Carpenter, di cui addirittura per la colonna sonora sono stati ripresi alcuni brani inediti dello score morriconiano del '82, quando ad un primo, superficiale livello di lettura saltano agli occhi forse solo la presenza di Kurt Russel e l'ambientazione nevosa.

Il clima di sulfurea attesa dell'interminabile prologo sembra uscire da un film di Jim Jarmusch e soprende trovare in un western l'influenza massiccia di un autore molto poco western come Polanski. Meno soprendenti ma altrettanto gradite le influenze di un paio dei più corrosivi cantori della fine del mito del west cinematografico come Cimino e Altman. Nonostante la celebrata presenza di Morricone (usato in modo anti-leoniano, il motivo principale è una di quelle sue marcette stralunate alla Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto) e gli omaggi a Corbucci, c'è invece pochissimo degli spaghetti western.
The Hateful Eight è un film americanissimo, nella forma e nella sostanza. Dove non solo Tarantino continua il suo filone di film politici, ma rilancia, abbandonando temi genericamente umanitari dei due film precedenti e affondando il bisturi in uno dei fondamenti della società americana, fino ad arrivare ad un finale paradossale degno - appunto - dell'Altman più virulento.

A livello visivo è allo stesso tempo il suo film più classico e rigoroso, ma anche il più complesso e affascinante. Un tripudio di fiocchi di neve, lanterne, focolai, luccichii, riflessi, luci, penombre. La scelta di girare in 70 mm un film quasi interamente ambientato in un interno dilata gli spazi, ingigantisce e impegna la visione come da anni non siamo più abituati, almeno nel cinema americano.


Il cast è di quelli che con Tarantino andrebbe in stato di grazia anche col pilota automatico.
I poli estremi sono Tim Roth con le sue giravolte istrioniche e il torpore fatiscente di Madsen. Ma è Jennifer Jason Leigh quella che impressiona e inquieta. Eppure non era stata nemmeno la prima scelta per il personaggio di Daisy, per cui inizialmente era stata prevista un'attrice più giovane e "glamour". Visto il film impossibile immaginare chiunque altra. La sua ultima ultima scena, grottesca e allucinata, è uno delle sequenze horror più potenti degli ultimi anni, un'immagine iconica quasi come la Carrie di Sissy Spacek e la Regan di Linda Blair. Goggins, il mefistofelico coprotagonista della serie televisiva "Justified", al suo primo ruolo di rilievo non televisivo tiene testa alla grande ai cinematografici faccioni mitologici che gli stanno attorno. L'unico che ci è sembrato fuori luogo è stato Channing Tatum, l’opzione inizialmente prevista di James Remar era probabilmente più calzante.

Dopo questo dittico-capolavoro Tarantino pare intenzionato a continuare a dare il suo contributo al western con almeno un altro film, che dovrebbe chiudere un’ideale trilogia (anche perché secondo lui «devi fare tre western per poterti definire un regista western») e che dovrebbe continuare a parlare del tema razziale (la supremazia dei bianchi e il razzismo istituzionalizzato degli Stati Uniti com’è noto sono argomenti molto sentiti dal regista), che è l’unico apporto innovativo e originale che ha affermato di poter aggiungere al genere. Noi possiamo solo sperare che l’attesa non sia troppo lunga.

giovedì 25 febbraio 2016

Bone Tomahawk



2015 BONE TOMAHAWK
di Craig S. Zahler, con Kurt Russell, Richard Jenkins, Patrick Wilson, Matthew Fox, Lili Simmons

Nell’attesa della recensione di The Hateful Eight, film-evento irrinunciabile per ogni appassionato di cinema (non solo) western, un sostanzioso antipasto (e anche un’occasione per rilanciare il nostro blog) può essere costituito da Bone Tomahawk, pellicola uscita lo scorso autunno negli Stati Uniti (ma reperibile attraverso le solite piattaforme online anche in Italia: una distribuzione nelle sale cinematografiche non pare per il momento prevista), se non altro per la particolarità di essere interpretata dallo stesso protagonista del film di Quentin Tarantino, un magnifico Kurt Russell, che sfoggia peraltro il medesimo look ottocentesco con barba e baffoni.
Bone Tomahawk è stato infatti girato immediatamente prima di The Hateful Eight, quindi nel 2015 c’è stata l’occasione di vedere Russell (che aveva frequentato il genere solamente una ventina d’anni addietro con il Tombstone di Pan Cosmatos) in ben due western, che speriamo costituiscano un’occasione di rilancio per questo bravo attore ultimamente poco utilizzato dal cinema americano.

Bone Tomahawk è scritto e diretto da quel Craig S. Zahler di cui abbiamo dato notizia sul nostro blog a proposito dell’annunciato progetto Brigands of Rattleborge, uno script particolarmente violento finito in cima alla Black List (la lista delle migliori sceneggiature non prodotte pubblicata annualmente dagli Studios americani) che dopo essere stato acquistato dalla Warner Bros era stato affidato nientemeno che al coreano Park Chan-wook (progetto che pare però purtroppo essersi arenato).
Quella di Brigands of Rattleborge è solo una delle venti sceneggiature finora vendute al cinema dal poliedrico Zahler, che è anche apprezzato romanziere (i diritti del suo ultimo romanzo, Mean Business on North Ganson Street, sono stati opzionati da Leonardo DiCaprio, che dovrebbe trarne un film a breve) e anche musicista (genere di riferimento l’heavy metal). Siccome l’unico suo copione ad essere finora diventato film è però quello di The Incident, un horror diretto nel 2011 dal francese Alexandre Courtes, Zahler, frustrato dai tanti progetti non andati in porto, ha deciso di compiere il grande passo e passare in prima persona dietro la macchina da presa.


Tra le varie declinazioni del Weird Western, genere negli ultimi anni quanto mai (mal) frequentato, mancava forse ancora quella ‘cannibal’, un sottofilone tra i meno rispettabili dell’horror, di matrice prettamente italiana, tornato di recente in auge grazie al film di Eli Roth The Green Inferno. Le similitudini, però, si fermano qui: se Roth sceglie per la sua pellicola come suo solito un approccio quanto mai ludico e superficiale Zahler sembra invece ben intenzionato a fare le cose sul serio e a maneggiare la materia con reverenza, scrupolo e competenza.

Il risultato è un oggetto quanto mai curioso e indecifrabile, che potremmo definire come una sorta di impossibile mix tra Sentieri selvaggi e La montagna del Dio cannibale.
Dopo un breve e fulminante prologo in cui vediamo Sid Haig tagliare (letteralmente) la gola a un gruppo di pionieri per poi venire a sua volta fatto a pezzi il film assume i ritmi piani e distesi di un autentico e classico western, nei quali l’autore si prende tutto il tempo, utilizzando come tema portante il tradizionale archetipo del viaggio, per mettere in scena e sbozzare i personaggi e per descrivere le dinamiche che intercorrono tra di loro, nelle quali si può apprezzare la sua capacità di delineare efficacemente caratteri e psicologie e l'ottimo senso per i dialoghi, arricchiti da un uso non banale di vocaboli desueti e vernacolari.
Paradossalmente questo rallentamento e rarefazione della pellicola, in cui di fatto poco o niente succede, contribuisce ad accrescerne esponenzialmente il livello di tensione.
Nell’ultima mezz’ora, con l’incontro con il clan di indiani cannibali, il film opera però uno scarto deciso e prende completamente le distanze dagli stilemi del western per abbracciare quelli di un horror graficamente molto violento, e si chiude con un finale teso e cattivo, di quelli che restano impressi.


Come detto l’autentico valore aggiunto del film è costituito da Kurt Russell, protagonista di un’interpretazione degna dei grandi del passato: la laconicità, l’essenzialità dei gesti,il portamento elegante e virile rimandano ai grandi divi del western classico, come il fatto di riuscire a riempire lo schermo con la sola presenza scenica o anche la semplice voce.
Anche il resto del cast funziona benissimo, a partire da Richard Jenkis che fornisce un’ironica e inedita interpretazione del classico “vecchietto” alla Walter Brennan, fino a due giovani promesse di formazione televisiva come Patrick Wilson e Matthew Fox. Soprattutto quest’ultimo è assai convincente nel ruolo di un compassato gentiluomo d’armi.
Merita sicuramente una menzione, infine, anche la deliziosa Lili Simmons.


Il film, va detto, non è esente da difetti e in alcuni punti palesa la poca esperienza di Zahler dietro la macchina da presa, che si limita a una regia corretta ma abbastanza anodina, forse non all’altezza della sceneggiatura e carente soprattutto di immaginazione visiva (la poca mobilità delle inquadrature e l’ampio uso di campi medi d’altro canto evoca echi carpenteriani, come pure la raffigurazione metafisica del male e l’utilizzo dello spazio in funzione della creazione della suspense); in alcuni momenti anche i dialoghi, in particolar modo quelli di Richard Jenkins, pur efficaci nella loro straniante ironia (che segue consapevolmente la lezione di Tarantino) a volte spezzano eccessivamente la tensione finendo per risultare un po’ ridondanti, e forse l’intera pellicola avrebbe giovato di una minor durata.

Bisogna però dare atto al regista di avere girato con il budget minuscolo di un piccolo film indipendente (gli esterni sono stati girati interamente in California, non potendosi permettere il New Mexico) un western con un mood molto affascinante e non privo di preziosismi ed eleganza e lo aspettiamo fiduciosi alla sua seconda prova.

mercoledì 12 agosto 2015

mercoledì 4 marzo 2015

The Mountie



2011 THE MOUNTIE / THE WAY OF THE WEST / LAWMAN 
di Wyeth Clarkson con Andrew W. Walker, Jessica Paré, George Buza, Earl Pastko, John Wildman, Tony Munch , Matthew G. Taylor, Andrey Ivchenko

E' piuttosto sconcertante il numero di western amatoriali o semi-amatoriali che vengono prodotti ogni anno da un po' di anni a questa parte. A questa data, per il 2015 secondoIMDb ci sarebbero già in cantiere cento(!) film western. Lasciando perdere tutti quei film d'altro genere per cui l'etichetta "western" del sito sarà stata messa lì perché si vede un deserto o uno cavallo, stiamo parlando di almeno una cinquantina di titoli. Alcuni di questi non verranno mai completati e spariranno anche da IMDb, altri diventeranno i classici film fantasma di cui resterà solo un titolo, di altri ancora comparirà il trailer su youtube prima di scomparire a loro volta, i più fortunati finiranno in qualche sito streaming totalizzando visualizzazioni a una cifra e zero commenti. Pochi, pochissimi, troveranno un loro minuscolo pubblico e i loro 15 minuti di gloria. Quel che sconcerta è quindi la vastità della proposta in relazione alla quasi inesistente domanda di prodotti simili.

Eppure, pur considerando l'abbattimento dei costi (e della conseguente qualità media) dovuto alla tecnologia digitale, mettere in piedi anche il più banale dei film resta un'operazione per cui ci vuole comunque qualcuno che spenda tempo e risorse personali. Molto tempo e molte risorse.
Al che si potrebbe buttarla sul romantico, immaginando questo esercito di sognatori che producono e dirigono il loro film western contro ogni legge del mercato e del pubblico, spinti solo dall'amore per il genere. Ma poi basta guardarne qualcuno di questi pseudo-film per far sparire ogni alone poetico alla faccenda. C'è di buono (si fa per dire) che il livello è in genere talmente infimo che in genere bastano pochi minuti di visione o anche solo un trailer per decidere di dedicarsi ad altro.


Raramente ci sono invece titoli che si lasciano vedere dall'inizio alla fine, come questo "The Mountie", film canadese di quattro anni fa, circolato (e si rifà per dire) anche con i titoli "The Way of the West" e "Lawman". L'amatorialità del prodotto risalta già dalla povertà grafica del carattere scelto per i titoli di testa e di coda, ma per il resto a livello tecnico ci troviamo davanti ad un filmetto fatto con gusto, cura e consapevolezza dei pochissimi mezzi a disposizione.

Come ormai caratteristico di molti western di questi anni dieci, il film sceglie un'ambientazione atipica e intrigante, quella di una minuscola comunità russa dispersa tra le montagne del Canada, un accampamento di misere tende dove - bella intuizione visiva - l'unico edificio in legno è la chiesa. Il prete è in combutta con una banda di criminali che costringe la piccola comunità a coltivare l'oppio. Un giorno capita da quelle parti una giubba rossa che proprio a causa dell'oppio ha un tragico errore da riscattare: sotto effetto della droga durante una sparatoria in un fumeria d'oppio uccise per sbaglio una ragazzina.

Bella fotografia, bei costumi, colonna sonora professionale, tocchi di regia non banali, il fascino aristocratico delle giubbe rosse. Gli attori sono probabilmente tutti non professionisti, ma i buoni hanno le giuste facce (nota per gli spettatori maschietti: la figlia del prete, che - ovviamente - si innamora del protagonista è praticamente una sosia di Liv Tyler) e i cattivi le giuste ghigne. Tutto sembrerebbe concorrere alla realizzazione di un gioiellino misconosciuto. Dove il film frana rovinosamente è nella scrittura.



Anche a quel livello, in realtà, gli autori avrebbero fatto scelte intelligenti, mettendo in piedi una storiella semplicissima e riducendo al minimo i dialoghi. Ma a conti fatti la sceneggiatura si rivela una specie di collezione delle più tipiche ingenuità dello sceneggiatore dilettante. Un affastellarsi di idee anche buone, ma messe giù senza avere il senso del narrazione e senza capacità di dare una progressione drammatica agli eventi. Le cose sembrano succedere a caso, i personaggi fanno cose incoerenti e spesso in contrasto con la loro caratterizzazione, si passa senza soluzione di continuità da un tono realistico e crepuscolare a scene da spaghetti western. Per dire, il protagonista passa da sequenze in cui appare come lo straniero senza nome di Clint Eastwood ad altre in cui è un antieroe impotente. Nel finale appare tra i fumi delle esplosioni come in "Per un pugno di dollari" e uccide ad uno uno i suoi avversari come "Il cavaliere pallido, ma allo stesso tempo per cavarsela deve essere salvato dal suo cavallo(!), da una bambina(!!), da un ritardato(!!!) e infine da un suo collega.



Ma ha senso giudicare un prodotto di questo tipo come un film normale?
Ha più senso criticarlo per quello che non è riuscito ad essere o apprezzare quello che, nonostante tutto, è riuscito ad essere? E se da una parte il coevo Good for Nothing, con mezzi probabilmente altrettanto limitati, è riuscito ad essere un autentico gioiello, dall'altra è comunque meglio di un'infinità di direct-to-video senz'anima che magari godono di buona fama tra estimatori del trash. Alla fine è un'operina fatta con evidente amore, per il western e per il Canada, che non riesce ad essere un prodotto professionale, ma ci prova ad esserlo più di molti prodotti realmente professionali.